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Animazione e promozione della partecipazione civica sui più importanti problemi collettivi


12 Gennaio 2011 - Ambiente

Sinnai

Recupero produttivo e occupazionale
della montagna abbandonaata

Una ipotesi molto attuale

Giovanni Garofalo

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Ci è capitato in mano un vecchio numero di Questasinnai, il n.21 del febbraio 1988,  fra l’altro l’attenzione è caduta su questo articolo scritto da Gianni Garofalo, che con molto interesse e attualità riproduciamo

“Il recupero economico e sociale delle aree collinari e montane è uno dei problemi piú rilevanti nella gestione del territorio. Esso si presenta particolarmente intenso per Sinnai ed i comuni limitrofi. Basti pensare che all'interno della nostra Comuunità Montana vi sono oltre 40.000 ettari di terreno che risultano attualmente abbandonati.

Dall'analisi dei numerosi  interventi finora realizzati in aree alto-collinari appare evidente che la redditività degli investimenti nei settori tradizionali risulta nulla o assai scarsa. Infatti gli enormi costi che occorre sostenere non solo per creare le strutture produttive, ma anche, e soprattutto, quelli necessari per reinsediare l'uomo in tali ambienti con le condizioni di vita proprie dei nostri giorni, contribuiscono a rendere l'investimento negativo o scarsamente remunerativo.

Assai piú interessante si presenta, invece, al fine del recupero della fascia montana, l’ipotesi, di realizzare allevamenti di selvaggina A scopo alimentare. In tali ambienti potrebbero bene adattarsi gli ungulati selvatici (cinghiali,mufloni,  daini, cervi, ....), grazie alla loro resistenza ai disagi climatici ed alimentari accoppiata   alla notevole capacità di convertire in proteine animali anche le essenze vegetali piú grossolane.
In Sardegna, secondo quanto afferma l’Unione  Nazionale Consumatori, circa  l’11% della superficie totale, pari a 260.000 ettari, sarebbe idoneo all'insediamento di aziende faunistiche.
Parte di questo di questo territorio risulta localizzato sui  monti che circondano Sinnai, dove si rilevano notevoli estensioni di superfici difficilmente meccanizzabili, ma che  essendo ricoperte dal bosco e dalla macchia, potrebbero essere validamente impiegate per l'introduzione della zootecnia alternativa, tramite il reinserimento degli  animali selvatici che un tempo vi erano diffusi.

Infatti l'habitat che piú è consono alle abitudini di vita dei grossi ungulati selvatici  trova la sua massima espressione in collina e nella   montagna, dove si trovano terreni boschivi che si alternano a superfici a pascolo, di cui i primi assicurano ai selvatici discreti quantitativi di alimentari soprattutto nei momenti di maggiore siccità,  mentre le seconde forniscono una massa di foraggio fresco.
Numerosi  fattori indicano che il procedimento più idoneo alla conversione in proteine  animali delle risorse foraggere spontanee localizzate in zone collinari e montane,  consiste nell'allevare cinghiali, daini e  mufloni e non le razze bovine  :tradizionalmente allevate. In sintesi si possono elencare i seguenti vantaggi:
- rapido accrescimento di peso: alla fine del secondo anno di vita il selvatico raggiunge il suo peso massimo, ma già dal primo anno può essere convenientemente abbattuto;
- indice ottimale di conversione del cibo in carne,  superiore a quello delle specie tradizionalmente allevate;
- resistenza alle malattie, anche in caso di gestioni intensive;
- indice elevato di fertilità;
- sfruttamento intensivo, ma non  dannoso, dell'ambiente naturale;
- buona sopportazione dei rigori invernali, senza bisogno di stabulazione;
- buona formazione di carne; buona resa alla macellazione.

Sotto l'aspetto strettamente economico si può affermare che l'ipotesi di allevamento di selvaggina grossa a scopi alimentari offre sufficienti garanzie di redditività.
Per quanto riguarda i costi di impianto essi sono rappresentati unicamente dalle spese occorrenti per la realizzazione del sistema di recinzione e cattura e per l'acquisto dei riproduttori.
1 costi di gestione, notevolmente limitati, sono rappresentati dalle spese di manodopera (nelle azienda di medie dimensioni, circa 200 ha, un salariato,) da eventuali integrazioni alimentari e dalla quota di ammortamento del sistema di recinzione. Quest'ultimo rappresenta in pratica l'unico costo fisso per l'azienda, mentre tutti gli altri, compresa la manodopera variano in funzione del carico aziendale
e permettono la realizzazione elevata elasticità, quando il livello produttivo
 è ancora inferiore a quello standard.

La produzione di carni alternative rappresenta l'attività principale di un allevamento  faunistico ed è quindi verso questo obiettivo che l'operatore deve indirizzarsi nel programmare la gestione  aziendale.
Tuttavia esistono una serie di  iniziative collaterali, che possono garantire
un'integrazione dei redditi e l’aumento  del valore aggiunto della produzione
aziendale. Ad esempio, si potrebbe sottoporre  daini, mufloni, cervi  alla attenzione dei visitarori sviluppando così quelle forme di turismo alternativo  che risultano in fase di notevole espansione.

Un altro indirizzo che l'azienda faunistica potrebbe assumere è quello di carattere venatorio. E' noto, infatti, che la selvaggina è fortemente richiesta sul mercato come trofeo ed i cacciatori italiani varcano a migliaia i nostri confini per andare a sparare nelle riserve situate all'estero.
Un'ulteriore opportunità di redditi integrativi è rappresentata dalla possibilità di avviare la trasformazione delle carni dei selvatici per la produzione di insaccati, prosciutti e affumicati.

Da un'analisi globale delle considerazioni svolte emerge con chiarezza la importanza della zootecnica alternativa quale strumento di sviluppo delle aree marginali. Essa rappresenta un valido esempio di uso produttivo delle risorse naturali, capace di creare nuove fonti di reddito e sbocchi occupazionali, attraverso la corretta utilizzazione del territorio.
In quest'ottica va senza dubbio collocata l'opportunità di privilegiare la creazione di unità aziendali di dimensioni tali da consentire la realizzazione di una serie di iniziative coordinate ed integrate, in modo da ottenere un reddito che singole attività settoriali non possono garantire. Va comunque sottolineato che, al momento attuale, le regioni italiane all'avanguardia nel settore della zootecnia alternativa (Umbria e Toscana in testa), sono quelle dove l'iniziativa privata è stata indirizzata e sostenuta dagli enti locali, realizzando così una giusta compenetrazione tra interessi privati degli operaori economici e interessi pubblici di salvaguardia e sviluppo delle risorse ambientali.”

Foto Qs:"Cinus Giuseppe

 



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