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Animazione e promozione della partecipazione civica sui più importanti problemi collettivi


08 Ottobre 2010 - Cultura

Sardegna, conoscerne la storia per fare la nuova storia

Seicento anni di sottosviluppo !

Dal 1400, di volta in volta, l'economia sarda è stata imposta e subita dall'esterno
Rifacciamo noi sardi la Rinascita sarda !

A cura di Sinnai Mellus

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Pubblichiamo alcune pagine iniziali di un interessante saggio di Enrico Lobina e Jacopo Bene, dal titolo “Ragion di Stato e destino della Sardegna” , Cagliari settembre 2010, che interviene nel dibattito   per un Progetto di “Sinistra sarda”

"1.  Seicento anni di sottosviluppo

La Sardegna è un territorio di grande importanza strategica. Lo è sempre stata ed è sempre stata anche una terra di conquista, al centro degli interessi delle grandi potenze del Mediterraneo di ogni epoca. Catalogna, Francia Repubblicana, Corona Spagnola, pirati saraceni, Duchi di Savoia e Repubbliche Marinare, fino ad arrivare allo stato italiano unitario. Molti hanno avuto a che fare con la Sardegna, alcuni hanno provato a conquistarla, e qualcuno c’è riuscito. Per loro la Sardegna è stata una miniera, una postazione militare e uno scalo marittimo, una riserva di legname, una cava di granito, nonché una terra di confino. Insomma, è sempre stata usata per soddisfare qualche interesse dei suoi vari conquistatori. L’economia sarda, dunque, è stata l’economia che di volta in volta hanno imposto gli invasori, è sempre stata un’economia di rapina, finalizzata a impossessarsi di risorse e a trasferire ricchezza dall’isola a Barcellona o a Torino.

Il sottosviluppo non va inteso come una non-evoluzione, un essere rimasti indietro. Si tratta piuttosto di uno sviluppo parallelo deformato, quasi un tumore. è come una malattia, un cancro che cresce, che deforma la società, si nutre di essa fino a consumarla interamente. L’altra faccia del sottosviluppo è la ricchezza, l’opulenza, lo spreco: se questo cancro non fa che assorbire le risorse (non solo economiche, ma anche umane e culturali) di una società, vuol dire che questa ricchezza viene incamerata da qualcuno. Il cancro del sottosviluppo necessita di molte risorse per continuare a espandersi, ma il grosso della ricchezza che assorbe va ad altri, lontano dal luogo di origine. Questa situazione non nasce per via della presunta inferiorità di un popolo. Nasce dalla violenza. E genera l'idea che i dominati siano inferiori. Il sottosviluppo nasce dalle guerre di conquista, dal colonialismo e dall’imperialismo. Anzi, ne è lo strumento; non è dunque figlio di processi economici incontrollabili, ma è la conseguenza di scelte politiche, della volontà umana.

In Sardegna che faccia ha questo cancro? Ne ha avute più d’una. Quando al tramonto del medioevo i catalano-aragonesi riuscirono a sottomettere il Regno giudicale di Arborea e conquistare tutta l’isola il sottosviluppo prese le forme del feudalesimo. In Sardegna per tutto il Medioevo si erano sviluppati i  Regni giudicali, che formavano un sistema sociale, economico e politico originale, che poteva essere la base per uno sviluppo autonomo, un’altra “via alla modernità”. In quell’epoca (seconda metà del ‘400), il sistema feudale era in pieno declino in tutta l’Europa, ma nei decenni successivi avvenne qualcosa di curioso: il cuore dell’Europa passò a una organizzazione sociale più evoluta, urbana, commerciale, capitalista, mentre la periferia del continente vide rinascere il feudalesimo, in forma ancora più retrograda e repressiva. Le aree orientali e meridionali del continente si ri-feudalizzarono, divennero la periferia di un unico sistema economico. Olanda, Inghilterra, parte della Francia, Italia del nord, Prussia e per un po’ anche parte del Regno di Spagna divennero il centro del mondo divorando ricchezze prima dalla periferia sottosviluppata, poi dalle Americhe e infine da tutto il mondo.

Ma torniamo a noi. In Sardegna il feudalesimo fu introdotto in quell’epoca dagli invasori catalani. Quel sistema era un cancro che consumava il lavoro dei contadini e dei braccianti sardi, anzi consumava i sardi stessi: feudatari stranieri e sardi, ecclesiastici, mercenari e notabili si impossessavano di tutto ciò che veniva prodotto. Si lavorava per loro. Pur consumando una notevole quantità di risorse quei parassiti non consumavano tutto per sé, anzi sotto varie forme il grosso della ricchezza prendeva la via del mare.
Le cose cambiarono alcuni secoli più avanti: l’isola era stata ceduta ai Duchi di Savoia a seguito di alcuni trattati. Al termine del XVIII secolo il sistema di rapina feudale risultava piuttosto obsoleto, però la Sardegna era un Regno. Così i Duchi di Savoia divennero finalmente Re, Re di Sardegna.
Nei primi decenni del XIX secolo iniziò lo smantellamento del sistema feudale, e pian piano cominciò a configurarsi un nuovo sottosviluppo: più moderno, più capitalista. In Piemonte e nell’Italia settentrionale nasceva il capitalismo industriale. Il motore di quel sistema aveva necessità di enormi quantità di risorse e materie prime: legname, carbone, minerali furono predati in grandi quantità dalla Sardegna, unica terra rapinabile disponibile, almeno fino alla conquista del meridione.

Dopo decenni di sparatorie, impiccagioni, migrazioni e guerre mondiali le cose cambiarono un’altra volta. Con il Piano di Rinascita negli anni ’60 del XX secolo la Sardegna finalmente entrava nella modernità. Finalmente il grande salto, il cambiamento. Ma l’ingresso in questa modernità aveva un prezzo: ci si poteva entrare, ma solo come sottosviluppati. Ogni progetto di sviluppo delle risorse locali venne presto accantonato per far posto alla logica dei “poli industriali di sviluppo”. Una modernità parallela e deformata,  ma idealizzata come unica via per lo sviluppo. Ecco quello che venne offerto in cambio del declassamento del modo di vita e della cultura popolare sarda, a suo modo multiforme e raffinata, a simbolo dell'arretratezza da annientare. Questo rapporto distorto con la modernità riguarda molti popoli come il nostro, che hanno assorbito questa modernità in modo passivo dall’Occidente, subendola.

Una caratteristica delle economie sottosviluppate è che si concentrano su poche attività. Attività basilari come l’estrazione di una materia prima o una particolare produzione agricola. Il termine mono-coltura nasce in quelle nazioni quasi interamente coltivate a cacao e caffè per esempio. Non sono economie che bastano a se stesse, non sono in grado di auto-sostentarsi, dipendono da altre economie, da altri stati, da prezzi di mercato determinati da altri. Sottosviluppo ed economia di dipendenza, un matrimonio perfetto, da cui nascerà nel corso dei decenni successivi il debito.

Assieme alla modernità in Sardegna introdussero una nuova “mono-coltura” industriale: la petrol-chimica. Esistevano già altre monocolture: quella legata alle miniere e al carbone e quella legata all’allevamento degli ovini e alle produzioni casearie. Il mondo che viveva attorno alla pastorizia e all’allevamento venne messo sotto attacco e disgregato, messo ai margini. Ormai non serviva più, anzi era un ostacolo alla modernità incalzante. Anche il tempo delle miniere si stava esaurendo, e in maniera non certo indolore si concluse un’epoca nella Sardegna sud-occidentale.

Prima che la modernità facesse il suo ingresso trionfale nell’isola un’altra mono-coltura era stata introdotta nell’immediato dopo guerra. A differenza della petrolchimica fu fatto di soppiatto, senza destare troppi clamori. Si trattava della creazione dei poligoni militari di Quirra, Teulada, Capo Frasca, delle basi USA per i sottomarini nucleari,della marina e della aviazione militare italiana e NATO. Porzioni immense di territorio si trasformarono in aree di sperimentazione, di bombardamento, di grandi manovre di reparti corazzati, di marine militari e aviazioni delle forze NATO e di grandi imprese private, che presto sarebbero diventate multinazionali.

In quegli stessi anni la Sardegna diventò un luogo in cui i segni della propria storia e della propria cultura assunsero, agli occhi dei sardi, la valenza di simbolo di un'arretratezza da liquidare . Sono gli anni in cui il formaggio tradizionale viene venduto come “toscanello”, il pane carasau rinominato “carta da musica”, le abitazioni tradizionali rase al suolo e sostituite da anonime case in cemento, il romanico giudicale diventa, genericamente, “romanico pisano” e in cui, soprattutto, si considera parlare il sardo, e parlarlo nello spazio pubblico, come una pratica disdicevole e da ignoranti.

Intanto il mondo cambiava. Anche la petrolchimica arrivava al suo tramonto e quasi senza accorgersene anche la modernità, i suoi valori e le sue promesse non mantenute, cadevano nell’oblio. Se nel mondo la modernità moriva nel 1989 o nel 1991, da noi, la cosiddetta post-modernità arrivò un po’ dopo, in punta di piedi. Se la modernità era arrivata con la petrolchimica, la post-modernità si presenta nella forma del turismo di massa e della cementificazione, dello smantellamento dell’industria petrol-chimica (ma non tutta), dell’eolico, delle scorie e del nucleare. Come l’epoca precedente questa nuova non scalza completamente la vecchia, e il suo ingresso non è stato certo indolore. Tale avvicendamento è tuttora in corso e i dolori sembrano tutt’altro che finiti."

Fotogrrafia: Murale a Orgosolo


 



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